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Personaggio del Mese
Oltre la carità, il cibo dell’inclusione per vincere la marginalità

Intervista a Roberto Morgantini, vice presidente dell’Associazione Piazza Grande e fondatore delle Cucine popolari

Oltre la carità, il cibo dell’inclusione per vincere la marginalità

Morgantini, nella motivazione della sua nomina a Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana si legge: “per il suo prezioso contributo alla promozione di una società solidale e inclusiva”. Cosa ha significato per lei e per le Cucine questo riconoscimento?
E’ stata una vera sorpresa che ho accolto con non poco imbarazzo. Non avrei mai immaginato che il nostro lavoro alle Cucine potesse giungere all’interesse del Quirinale. L’onorificenza, come ho più volte dichiarato, è stata conferita a me, ma il suo valore è condiviso con tutti i numerosi “commendatori”, i volontari, che ogni giorno, con il loro magnifico contributo, rendono concreta quella “società solidale e inclusiva” alla quale ha fatto riferimento il Presidente Mattarella nella consegna della nomina. A livello mediatico, da quel giorno, le Cucine Popolari hanno amplificato l’attenzione e la curiosità ottenendo un interesse soprattutto da parte di numerose organizzazioni e associazioni di volontariato che chiedono consigli e suggerimenti su come realizzare operazioni di inclusione del modello Cucine Popolari. Questa è una grande soddisfazione da parte di tutti noi.

Quali sono, a suo parere, i tratti maggiormente distintivi della vostra attività?
Sul piano pratico, non abbiamo inventato nulla di nuovo. Su tutto il territorio nazionale sono presenti mense che aiutano persone indigenti con diverse problematiche non esclusivamente economiche. Quello che ci differenzia è la modalità, è il luogo dell’accoglienza: abbiamo determinato il superamento della dimensione caritatevole che, spesso, è il primo requisito di una mensa per i poveri. Noi, ci sforziamo innanzitutto di non farli sentire poveri o “diversi”, di non far passare esclusivamente i gesti dell’altruismo alle nostre tavole, quanto piuttosto il sentimento dell’inclusione. Vogliamo nutrirli di cibo e speranza, dando un valore concreto alla loro esistenza annullando la loro percezione di marginalità. Ogni giorno ci sforziamo di ridare dignità a chi l’ha smarrita. Il cibo nelle nostre cucine è lo strumento, è un alibi, quello che ci interessa è il “momento”, l’incontro e la condivisione di un’azione importante come quella del pranzo. E questi risultati si ottengono solo se si creano quelle giuste sinergie tra la cittadinanza attiva, i residenti dei quartieri e tutte le altre realtà (religiose, associative, di volontariato) che individuano nella necessità dell’aiuto quotidiano e concreto, come può essere un piatto caldo, il bisogno di risollevare questa umanità nascosta dall’oscurità.

La mia nomina a Commendatore? E’ stata una vera sorpresa, non avrei mai immaginato che le Cucine Popolari potessero giungere all’interesse del Quirinale.

Siete in procinto di inaugurare la quarta cucina popolare. Qual è il bilancio di questa importante esperienza avviata nel 2015? Sono trascorsi solo quattro anni e dover fare un bilancio di tutto quello che a oggi abbiamo realizzato è davvero entusiasmante e dà la voglia di continuare.
Quando abbiamo aperto la prima Cucina Popolare, era impensabile auspicare di replicare il progetto in altri quartieri. Ma quando la volontà e la partecipazione solidale della cittadinanza dimostrano che c’è ancora tanto ottimismo da poter pensare alla possibilità che questo mondo può davvero essere migliore, ecco che si è innescata quasi automaticamente l’ambizione di incrementare i luoghi di accoglienza e inclusione già sperimentati in via del Battiferro. Così, tra non molte difficoltà, ne abbiamo aperte altre due e una quarta sta per essere inaugurata.
La nostra ambizione, a oggi, è quella di aprirne una in ogni quartiere, così da concretizzare la possibilità di rendere più agevole il raggiungimento delle sedi da parte dei nostri fruitori aumentandone l’offerta. Questo desiderio ha due aspetti connessi e contrastanti. Il primo è rappresentato dal bisogno di sostegno: incrementare il numero delle Cucine Popolari è sì un segnale forte che la comunità bolognese dà come risposta all’aumento della povertà e della precarietà in generale, ma rappresenterebbe una soluzione a un trend in ascesa di miseria e tematiche sociali complesse, tipiche di un paese che non conosce crescita economica. In buona sostanza, le Cucine Popolari non avrebbero motivo di esistere se non ci fossero problemi di natura economica e sociale.
D’altra parte, incrementare i luoghi dell’ospitalità e dell’inclusione, ci darebbe la possibilità di accogliere le numerose richieste di partecipazione dei tanti cittadini che si “candidano” a volontari delle Cucine e garantire un servizio più agevole ai nostri fruitori che verrebbero indirizzati presso la nostra mensa più vicina ai loro bisogni e alle loro abitudini. Certo, questa possibilità richiederebbe una mole di investimenti importanti. L’idea c’è.

Quali sono le nuove attività sulle quali state lavorando? Abbiamo avuto, con i volontari e con una serie di aziende e attività commerciali locali, l’intelligenza di intercettare anche altri bisogni rispetto al solo piatto di minestra. Abbiamo compreso che la povertà non la soddisfi solo con il cibo: con quello gratifichi la pancia ma la dignità è più complessa.
Ed ecco che, sulla falsariga del “caffè sospeso” napoletano, ci siamo inventati la solidarietà su altri bisogni non propriamente primari ma necessari allo stesso modo. Così, al tradizionale caffè, abbiamo aggiunto la pizza e il panino sospeso; abbiamo aggiunto i biglietti per il teatro così come, dal prossimo autunno, inizieremo a portare i nostri amici delle Cucine alle partite di campionato della Fortitudo.
Insomma la povertà si sconfigge anche con la normalità e normalità è anche concedersi qualche ora di spensieratezza in un teatro o in un palazzetto dello sport. La modalità di partecipazione è molto semplice: se stai per gustare una pizza o stai per assistere a uno spettacolo, basterà pagare per due, così da “sospenderlo”. Tutto questo “indotto” creatosi attorno alle Cucine Popolari, è stato uno dei risultati più inaspettati. A Bologna si è configurata una rete di solidarietà che ci rende davvero orgogliosi di saperci suoi cittadini.

La nostra ambizione è quella di aprire una Cucina Popolare in ogni quartiere di Bologna.

Viste dal vostro osservatorio, quali sono, oggi, sotto le Due Torri, le nuove forme del bisogno? Registrate una crescita della domanda di aiuto e di inclusione? Il principale bisogno che tuttora registriamo è senza dubbio l’assenza di reddito che, nella maggior parte dei casi, è legata alla perdita di lavoro di persone in età non più spendibile nel mercato del lavoro.
A questi si aggiungono pensionati con pensioni minime che fanno davvero fatica ad arrivare a fine mese e poi c’è un aspetto meno noto della povertà, ma che alla sua condizione è immancabilmente legato: la solitudine. Sono tante le persone che non solo soffrono il disagio individuale e sociale della miseria, ma ne avvertono anche il pregiudizio, l’isolamento, perché ledono fortemente la loro dignità.
A questa solitudine della povertà si somma quella della carenza propriamente affettiva. Infatti, molti sono i nostri ospiti che, privi di difficoltà economiche, sono soli e avvertono il bisogno della condivisione, della relazione, del dialogo e da noi lo trovano. E quale luogo migliore di una tavola apparecchiata per costituire nuovi rapporti e futuri affetti?
La domanda di aiuto è più o meno stabile: a chi lascia le Cucine perché ha finalmente ottenuto un miglioramento della propria condizione (solitamente legata all’ottenimento di un posto di lavoro a tempo indeterminato), c’è, ahimè, un sostituto che ricorre a noi come a una sorta di turn-over della precarietà.

Un’ultima domanda, accanto al fondamentale apporto del volontariato, quale ruolo potrebbe svolgere il mondo dell’impresa e più in generale il sistema associativo a supporto e per lo sviluppo del vostro progetto? I volontari sono l’essenza e le braccia della Cucine, senza di loro non sarebbero mai esistite, ma abbiamo un bisogno continuo di risorse rappresentate dalle materie prime, necessarie alla preparazione dei piatti, nonché di tutto l’indotto che è connesso al mondo della ristorazione.
Per fortuna a oggi contiamo sul sostegno di alcune aziende che, con i loro contribuiti sporadici o abituali, contribuiscono a garantire il fabbisogno delle Cucine.
Certo, sarebbe auspicabile l’intervento e l’appoggio di nuove imprese, di altre realtà del territorio desiderose di sposare e sostenere il nostro progetto, affinché le Cucine Popolari possano rimanere attive nell’ambito dell’inclusione sociale e della solidarietà.